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Ciao caro lettore.

Quest’oggi voglio parlare di una tematica che sicuramente fa parte della tua vita come del resto anche della mia, ossia il conflitto.

Sicuramente ti sarà capitato, ed anche più di una volta, di avere dei conflitti nella vita privata, in quella lavorativa, quella sentimentale oppure, cosa anche molto probabile, con te stesso in merito ad una situazione specifica.

Il conflitto, che personalmente individuo come una sensazione che noi proviamo quando ci troviamo di fronte ad una problematica dove vengono messi in discussione dei valori a cui teniamo nello stesso momento.

Un esempio molto pratico potrebbe essere quello lavorativo: il servizio o la prestazione che eroghi deve essere di qualità ma allo stesso tempo economica; tu ami il tuo lavoro e lo fai con e per passione ma allo stesso tempo devi sottostare alle leggi di mercato e quindi devi essere competitivo.

Oppure ami una persona che però ti fa stare molto male, tu ami te stesso e non vuoi soffrire ma allo stesso tempo ami anche l’altra persona e non la vuoi perdere.

Il tuo capo è una persona che detesti ma allo stesso tempo devi sottostare ed ubbidire ai suoi ordini.

E come questi esempi ne potrei trovare a centinaia.

Ma allora questo conflitto è sempre un qualcosa di negativo? Assolutamente no. E questo non lo dice solo il Marco Dicandia di turno, ma è sostenuto da molti autori in bibliografia.

Vi aiuto a fare un po’ di chiarezza.

Il conflitto è un elemento di origine arcaica, è sempre esistito fin dalla notte dei tempi ed i primi personaggi ad interrogarsi su questo tema sono stati Platone ed Aristotele; il loro obiettivo era di comprendere la valenza del conflitto, ossia se definirlo un elemento positivo o negativo (Valdambrini, 2009).

Con il passare dei secoli questo dilemma è rimasto vivo e privo di risposta risolutiva, tanto che si generarono due correnti opposte di pensiero:

  • la prima sostiene che la conflittualità è una condizione naturale, quindi parte integrante dell’essere umano e necessaria per la sopravvivenza;
  • la seconda sostiene che il conflitto assume un lato oscuro e patologico poiché il perfetto modello di ordine sociale in quell’epoca è rappresentato dall’armonia (Valdambrini, 2009).

Nel corso della storia questa scissione di pensiero è andata avanti fino ad arrivare agli inizi del diciannovesimo secolo con il sociologo tedesco Max Weber che definì il conflitto come un elemento che permette lo sviluppo della società, identificandolo come un meccanismo di selezione naturale dove i membri più meritevoli sopravvivevano (Valdambrini, 2009). Infatti, se si effettua una ricerca su internet, ogni autore, dove con autore faccio riferimento anche a discipline differenti come la sociologia e la psicologia, ha un proprio punto di vista ed una specifica definizione del conflitto.

Quella che a me piace molto, e soprattutto che sposa il concetto di complessità, è quella dello psicologo Fulvio Scaparro che lo considera appunto come un elemento neutrale privo di polarita, ossia né positivo né negativo (Valdambrini, 2009).

Questo perché chiaramente il conflitto si può generare per qualsiasi motivo. Gli ingredienti per far sì che ciò avvenga sono generalmente due o più persone, con un argomento che mette in discussione gli interessi di ambedue e, soprattutto, che questi interessi fanno risuonare le corde dei valori che i protagonisti ritengono importanti.

Infatti, poiché ogni situazione è diversa ed ogni persona è diversa, in genere si possono ottenere delle risposte diverse, ma queste possono essere riassunte in tre grandi marco-categorie o stili di risposta:

Lo stile competitivo: il focus di questo stile verte sulla vittoria con forti componenti aggressivo-distruttive, utilizzate come mezzi per far prevalere un attore a discapito dell’altro; tale stile parte dall’idea che il conflitto, anche volendo, non è sempre evitabile; potrebbe essere paragonato metaforicamente ad una guerra, ossia l’ultima opzione che ci si riserva (Valdambrini, 2009).

Lo stile cooperativo: il focus di questo stile verte sulla vittoria ma di ambedue le parti, il cosiddetto mutuo beneficio (Valdambrini, 2009). Questo tipo di approccio prevede la visione del conflitto come un evento positivo, un’opportunità per conoscere il prossimo e riconoscere la sua diversità, traendone degli elementi per migliorare, per raggiungere i propri obiettivi con il rispetto e l’attenzione verso il prossimo (Valdambrini, 2009).

Lo stile esclusivo: il focus di questo stile verte sull’evitamento, ossia dove fra le due parti non vi è uno scontro ma tuttavia non vi è neanche dialogo; tale stile esclusivo è figlio della visione paradigmatica che individua nel conflitto una malattia, un qualcosa di negativo e, come tutte le cose negative, l’essere umano ne è spaventato e di conseguenza le evita (Clemente et al., 2015).

Lo stile cooperativo è indicato in letteratura, ma anche dal buon senso, come il migliore e, soprattutto, quello che crea un punto di incontro e di crescita e per questo capace di donare valenza positiva al conflitto.

Adesso la tua risposta potrebbe essere: e allora ? Che me ne faccio di questo?

Semplice: rifletti!

 

Nel senso che secondo me ognuno di noi, in maniera quasi sistematica, dovrebbe farsi un’analisi di coscienza e chiedersi come sta andando la propria vita in quel preciso momento. Proprio come un computer, che ogni tanto ha bisogno di essere riformattato ed aggiornato, anche noi dovremmo farlo mediante la riflessione.

Questo perché non solo viviamo in un determinato contesto sociale composto da regole, usi e costumi, ma anche perché putroppo ormai siamo nel 2020 e chi non è in grado di gestire al meglio la propria vita, sotto tutti i punti di vista, è destinato a soccombere all’infelicità; questo perché la società ci costringe ad essere sempre più performanti e rapidi, e soprattutto il concetto chiave è l’ottimizzazione.

Potresti dirmi: e chi se ne frega.

E su questo punto ti posso dare anche ragione ma ti sfugge un piccolo particolare. Al giorno d’oggi, con l’avvento delle tecnologie e della globalizzazione, è praticamente impossible non avere interazioni e, sorattutto con tutti questi elementi che farciscono il nostro grande minestrone, aumenta di molto la probabilità di trovarsi ad argomentare o semplicemente discutere con persone che hanno dei valori opposti ai nostri… e lì allora cosa farai?

A proposito di valori, sei sicuro che i valori in cui credi, o idealmente credi di possedere, sono proprio quelli giusti? Ti portano a crescere e a diventare un persona migliore oppure no?

Chissà. Lo scoprirai soltando scavando dentro te stesso.

Presto scriverò un articolo che tratterà di questa tematica.

Per il momento è tutto.

Ti auguro una buona lettura e una preziosa riflessione.

Marco

Bibliografia:

Clemente, E., Danieli, R., & Como, A. (2015). Psicologia generale ed applicata. Per il secondo biennio degli istituti professionali servizi sociosanitari.

Valdambrini, A. (2009). La gestione dei conflitti in ambito sanitario. Roma: Il Pensiero Scientifico.